Ma il «Made in Italy» si salva solo grazie all’export

Se il Made in Italy ha sorpassato l’auto in termini di bilancia commerciale, come ha affermato ieri il presidente di Veronafiere Ettore Riello durante l’inaugurazione della quarantaseiesima edizione del Vinitaly, molto del merito è proprio del vino.

Dei 30 miliardi di export dell’artigianato di qualità tricolore (contro i 25 delle quattro ruote), ben 4,4 sono contenuti in una bottiglia. L’export del vino italiano tira che è un piacere, trainando un settore che, come riconosce il ministro delle Politiche agricole Mario Catania, «alla fine di un quinquennio oscuro è uscito più forte e più vivo di prima, ha saputo trovare la formula vincente della produzione enologica nazionale: varietà e identità territoriale uniche al mondo, una presenza in tutti i segmenti di mercato con un ottimo rapporto qualità-prezzo».

Il mondo del vino italiano che si ritrova come ogni anno a Verona è ostaggio di umori contrastanti, che hanno la stessa direzione degli indicatori economici. Fa sorridere come detto l’export: le più di 380mila aziende vitivinicole, in gran parte piccole o piccolissime, esportano vini da tavola, igt, doc e docg per 4,4 miliardi di euro su un fatturato totale di 10 miliardi, con un aumento del 12,4 per cento rispetto al 2010, issando l’Italia – come accade del resto da otto anni – al primo posto al mondo tra i Paesi esportatori di vino, con il 24,3 per cento del mercato globale. Insomma, una bottiglia su quattro comprata e stappata al mondo è prodotta tra le Alpi e Pantelleria. In questa classifica l’Italia è seguita dalla Spagna, che è passata in un anno da una quota di mercato del 17,7 per cento al 22,3, mentre la Francia segue al 14,1. Il vino italiano piace soprattutto ai consumatori statunitensi, che nel 2011 hanno speso per le nostre etichette oltre 948 milioni, seguiti dai tedeschi (919), dai britannici (509) e dagli svizzeri (268). Gli aumenti maggiori in termini percentuali li fanno segnare i mercati nuovi, come la Cina (da 40,7 a 66,9 milioni con un +64,5 per cento), Hong Kong (da 15,5 a 22,4, +44,4%) e addirittura la Nigeria (da 2,8 a 4,2, +47,1%). Ma tutti i Paesi del mondo hanno il loro bel «più» davanti al dato sul consumo di vino italiano, a dimostrazione del fatto che forse nemmeno noi ci rendiamo conto di quale tesoro abbiamo custodito nelle nostre botti.

Se dall’estero arrivano buone notizie, il mercato interno langue. Colpa della crisi economica, dei nuovi stili di vita salutisti che penalizzano l’alcol (anche se si compra meno ma meglio) favorendo piuttosto la qualità alla quantità, della concorrenza di junk drink e softcoholics, del codice della strada. Basti pensare che negli anni Settanta un italiano beveva mediamente 100 litri di vino all’anno e oggi solo 37,9. L’Italia è tuttora il secondo Paese europeo in termini di consumo assoluto di vino, con 23 milioni di ettolitri, contro i quasi 30 della Francia e i 19,7 della Germania, ma in fatto di consumo pro capite siamo ormai superati, oltre che dalla Francia (47,4 litri) anche dal Portogallo (42,6). Primo Paese per consumo assoluto sono gli Stati Uniti, con 310 milioni di ettolitri, ma solo 9,1 pro capite. Il 2011 è stato un anno non molto positivo sul piano della produzione. L’Italia, che nel 2010 aveva scavalcato la Francia per 48,5 milioni di ettolitri a 45,7 ha subito il controsorpasso (49,6 i cugini, 41,5 noi) a causa di un’annata climaticamente sfavorevole.

Fonte: il Giornale

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