ECONOMIA ITALIANA

“RIFORME STRUTTURALE CHE LEGHINO PRELIEVO FISCALE RIDUZIONE SPESE IMPRODUTTIVE E RESTITUZIONE SERVIZI PUBBLICI EFFICIENTI”

(2012-06-12)

  “Oggi l’Italia è ad un bivio, la politica è ad un bivio. Le decisioni del Governo tecnico, rigorose e indispensabili, dovranno lasciare il posto a scelte politiche altrettanto indispensabili per ridurre quei divari che si fanno sempre più ampi e ci allontanano sempre più dai Paesi avanzati. Le ricette per il risanamento dei conti pubblici e le soluzioni per il rilancio dello sviluppo devono andare di pari passo, devono essere il frutto della partecipazione e del con-senso più ampio possibile delle parti sociali. Come sempre, noi artigiani, noi piccoli imprenditori non ci tiriamo indietro”. Così il presidente di Confartigianato, Giorgio Guerrini, aprendo l’assemblea annuale.

“Abbiamo fatto la nostra parte – ha proseguito- e continueremo a farla. Ma siamo persone concrete e diciamo che si può riagganciare la ripresa economica a patto di liberare l’Italia dai tanti primati negativi che ne condizionano lo sviluppo. Ne abbiamo abbastanza di impegni, di promesse, di tavoli, di commissioni, che sottraggono tempo e risorse senza produrre alcun cambiamento. Quante volte, in questi anni, abbiamo sentito annunciare il taglio delle spese improduttive, la riduzione delle tasse, la soluzione dei problemi della malaburocrazia? Quante volte nel passato recente e meno recente abbiamo sentito evocare riforme epocali poi cadute nel vuoto?”

“Nel frattempo, come risulta dai dati del Rapporto annuale del nostro Ufficio Studi, tra il 2000 e il 2012 la spesa pubblica italiana è aumentata di 250 miliardi, alla straordinaria velocità di crescita di oltre 2 milioni di euro all’ora.
Negli ultimi 18 anni si sono succedute 5 proposte di riforma fiscale ma, contemporaneamente, il peso delle tasse è cresciuto di oltre 4 punti, passando dal 40,8% del PIL nel 1994 al 45,1% nel 2012. E, al netto dell’economia sommersa, la pressione fiscale effettiva è lievitata al 53,7%. Sono numeri impressionanti: basti pensare che quest’anno il PIL cresce di 8 miliardi, le entrate fiscali di 46! Sul costo del lavoro italiano pesa una tassazione pari al 47,6%, vale a dire 12 punti in più rispetto alla media del 35,3% registrata nei Paesi Ocse”.

“La semplificazione della burocrazia, poi, è una bandiera agitata non si sa più quante volte; eppure oggi gli oneri amministrativi pesano sulle aziende italiane per 23 miliardi l’anno, pari a 1 punto e mezzo di PIL. Ogni impresa deve dedicare a pratiche e scartoffie 86 giorni l’anno. Soltanto in questa legislatura sono state varate 222 norme fiscali ad alto tasso di complicazione, 1 ogni 6 giorni. E inoltre, parlando di assurdità burocratiche, non si può non citare quello che è diventato ormai un simbolo delle cose da non fare: il SISTRI, il famoso sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti.
Il SISTRI non va cambiato: va eliminato! E va sostituito con un sistema sostenibile, aderente alla realtà, flessibile, semplice e poco costoso”.

“Si può fare, noi abbiamo fatto le nostre proposte concrete: solo così si potranno raggiungere gli obiettivi della tracciabilità dei rifiuti e della tutela dell’ecosistema, che sono anche i nostri obiettivi. Settanta milioni di contributi, invece, sono stati finora versati dagli imprenditori per un servizio che non esiste: un fiume di denaro che ha finanziato solo i costi interni di un sistema mai reso operativo. Utilizziamoli, allora, per aiutare le imprese così duramente colpite dal terremoto!  Fiducia: ecco ciò di cui abbiamo più bisogno. Abbiamo necessità di credere che le forze politiche e chi guida il Paese realizzino davvero ciò che promettono e agiscano in nome del bene comune. Che si passi dalla democrazia delle aspettative, in cui si promette senza avere la possibilità di mantenere, alla democrazia della responsabilità: sobria e, soprattutto, concreta. È fondamentale porre in atto riforme strutturali che leghino più strettamente prelievo fiscale, riduzione di spese improduttive e restituzione di servizi pubblici efficienti. Abbiamo bisogno di credere in un rapporto corretto e leale con il fisco”.

“La fiducia in una Amministrazione fiscale giusta è essenziale affinché ciascuno senta legittima e moralmente doverosa la propria partecipazione all’adempimento tributario, con l’obiettivo di alimentare uno Stato al servizio di tutti. Il patto di fiducia tra contribuente e fisco è alla base di ogni proficua politica fiscale. Prelievo, riduzione delle spese improduttive ed efficienza dei servizi pubblici sono il vero cuore del problema fiscale. Come pure è necessario porre in essere un’efficace lotta all’evasione anche per evitare la concorrenza sleale messa in atto da chi le tasse non le paga, ma è altrettanto necessario restituire, riducendo la pressione fiscale, i frutti della lotta all’evasione a chi il proprio dovere lo fa”.

“Vogliamo un fisco semplice, in cui lo Statuto del contribuente sia rispettato sino in fondo ed il cittadino non sia trattato da suddito, ma in cui prevalga sempre la ragionevolezza dei comportamenti. Oggi, nella realtà, spesso le cose non vanno così, anche per via di una produzione ipertrofica di norme fiscali e di una giustizia, non solo tributaria, che non funziona. Dobbiamo farne ancora di strada, oltre a quella già fatta dall’Amministrazione finanziaria, per riuscire a far prevalere il buon senso e la fiducia. Ma recuperare la fiducia non è facile se proprio lo Stato, per primo, non onora i suoi debiti nei confronti delle imprese”.

“Mi riferisco all’annoso problema dei crediti vantati dalle imprese nei confronti della Pubblica Amministrazione per lavori già svolti, servizi già resi, forniture già effettuate. Stiamo parlando di somme elevatissime e che gli imprenditori attendono da troppo tempo: l’ammontare complessivo è stimato in oltre sessanta miliardi, ma l’importo preciso non è conosciuto, e questo è un altro indice della difficoltà del problema! In questi giorni – e ne diamo atto al Governo e al Ministro Passera – ci sono stati passi in avanti per cominciare a sbloccare una situazione paradossale in cui noi imprenditori facciamo da banca agli Enti pubblici. Abbiamo condiviso la soluzione individuata dal Governo per certificare i crediti e ottenere dalle banche parte di quanto ci è dovuto, confidando che comunque una iniezione di liquidità, non altrimenti realizzabile, nel sistema delle imprese possa dare un colpo di manovella al volano della ripresa.
Ma non basta: bisogna proseguire abbattendo ogni onere per l’impresa creditrice e ampliando la casistica della compensazione tra debito e credito. Si tratta di una battaglia di civiltà, che deve continuare anche per sanare la situazione dei crediti insoluti tra aziende private, per altri quaranta miliardi circa. Non fermiamoci, perché il segnale più importante e concreto deve ancora arrivare: il recepimento, finalmente, in Italia della Direttiva europea sui tempi di pagamento”.

“Ma non si riparte solo con i soldi. Si riparte anche e soprattutto con le persone che lavorano nell’azienda, che ne sono la risorsa essenziale di professionalità, competenza e progettualità. Abbiamo partecipato con attenzione, vigilando e proponendo, al confronto sulla riforma del mercato del lavoro, ora in Parlamento dopo una lunga e complessa fase di elaborazione. Una cosa va detta subito: per noi, per tutte le piccole imprese, il problema non è mai stato l’articolo 18: il nostro problema non è licenziare, ma tornare ad assumere! Il nostro interesse è quello di avere nelle nostre aziende giovani motivati e formati e che vivano il loro ingresso nel mondo del lavoro come occasione di crescita personale”.

“Per questo ci siamo battuti per mantenere e garantire la valenza formativa dell’apprendistato, conservandone la forza originaria che unisce teoria e pratica nel percorso di formazione, un percorso spesso difficile e che incorpora non solo nozioni tecniche, ma esperienza di lavoro concreto. Accanto all’apprendistato, abbiamo rivendicato – e con successo – l’esperienza degli Enti bilaterali, strumento di mutualità che mette insieme imprenditore e dipendente in un rapporto di welfare integrato che costituisce il frutto ed il valore aggiunto di venti anni di relazioni sindacali nell’artigianato.
Buona occupazione e occupazione stabile: questo è ciò che vogliamo ed è ciò che contribuiamo a creare.
Tra il 2002 e il 2010 le piccole e medie imprese europee hanno fatto nascere l’85% dei posti di lavoro nell’Ue, con un tasso medio annuo di crescita dell’1,1%. E si deve alle micro imprese fino a 10 addetti, il maggiore contributo, pari al 58%, alla crescita netta complessiva dell’occupazione nell’Ue”.

“Se poi si osserva la fotografia dell’Italia, vediamo che dal 2002 al 2010 gli addetti nelle micro imprese sono aumentati ad un ritmo dell’1% annuo, a fronte dello 0,5% delle piccole e medie, mentre le grandi aziende hanno fatto registrare un tasso di crescita degli occupati pari allo 0,4%. Sono risultati di cui andiamo orgogliosi. Anche durante la crisi non è venuta meno la capacità dell’artigianato italiano di innervare il sistema economico e sociale. Il Paese reale è quello in cui ancora oggi ogni giorno nascono 400 imprese artigiane. Aziende dietro le quali ci sono persone normali che, insieme alle proprie famiglie, scommettono su un’idea, su un progetto di vita. Aziende giovani, che puntano sull’innovazione.
L’Italia è fatta di artigianato, 1 milione e mezzo di imprese: non esiste una comunità locale, anche piccola e sperduta, che non abbia tra sé un’azienda artigiana”.(12/06/2012-ITL/ITNET)

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