Made in Italy: il distretto del Nord Est chiede sblocco delle norme Ue

di Alessandra Flora

C’è made in Italy e made in Italy. A sottoscrivere un appello accorato per salvare i manufatti interamente prodotti nel nostro paese e i lavoratori che li realizzano sono le maggiori organizzazioni datoriali e sindacali del Friuli Venezia Giulia. La sollecitazione è contenuta in una lettera rivolta ai tredici deputati del Parlamento italiano eletti nella circoscrizione del Friuli Venezia Giulia e agli eurodeputati Antonio Ciancian (Pdl-Ppe) e Debora Serracchiani (Pd-S&D).

La crociata del Friuli Venezia Giulia

L’appello è stato firmato dal presidente della Federazione regionale Pmi Massimo Paniccia, dal presidente di Confindustria Fvg Alessandro Calligaris, dal presidente di Confartigianato Fvg Graziano Tilatti, dal presidente di Cna Fvg Denis Punti, dal segretario generale della Cgil Fvg Franco Belci, dal segretario generale della Cisl Fvg Giovanni Fania e dal segretario generale della Uil Fvg Giacinto Menis.

Si scrive Made in italy, si legge Made in Cina

Alcuni settori ad elevato standard qualitativo e intensità di mano d’opera sono fortemente danneggiati dall’importazione di prodotti finiti da paesi terzi (come Cina e l’India), ai quali viene apposto il marchio “Made in Italy” in conseguenza di lavorazioni marginali, anziché sostanziali. Le associazioni firmatarie dell’appello lamentano il fatto che l’Unione europea, in sette anni, non sia riuscita ad adottare un provvedimento adeguato. Il 21 ottobre 2011 il Parlamento europeo ha approvato a larghissima maggioranza una proposta di regolamento comunitario che impone l’indicazione del Paese di provenienza dei prodotti extra-Ue destinati a essere commercializzati in Europa, attualmente incagliata al Consiglio europeo per l’opposizione di alcuni stati.
La risoluzione legislativa prevede che il paese d’origine sia impresso su beni destinati al consumatore finale (tessili, mobili, utensili, prodotti farmaceutici, strumenti di lavoro, rubinetteria, scarpe, oggetti di vetro e cristallo). Sono esclusi prodotti alimentari e della pesca.
In realtà, a causa di pressioni esercitate da diverse lobby, alcune anche italiane, per il tessile e l’occhialeria la norma è ambigua: per manufatto tessile di consumo finale s’intende il prodotto finito o il prodotto semilavorato che deve essere sottoposto a ulteriori fasi di lavorazione nell’Unione prima di essere commercializzato.
Perchè diventi legge, il testo deve ora essere approvato dal Consiglio, dove alcuni stati si oppongono all’idea di una legislazione europea sul Made in.
In passato la famosa legge Versace-Reguzzoni, approvata con larga maggioranza dal Parlamento italiano, si arenò in sede europea per mancanza di sostegno di molti paesi membri.

La Federazione regionale Pmi del Friuli Venezia Giulia a Euractiv.it: “Livelli di difficoltà insostenibili”

Raggiunta da EurActiv Italia, Lucia Cristina Piu, segretario della Federazione regionale Pmi del Friuli-Venezia Giulia afferma: “Rappresentiamo la piccola e media industria, ma abbiamo riscontrato gli stessi problemi delle associazioni di artigiani e delle imprese che aderiscono a Confindustria. Questa lettera è stata condivisa da tutte le associazioni per dare una risposta alle imprese, che si trovano ad affrontare un momento di grave difficoltà economica. Penso all’occhialeria e al tessile. Se non riusciamo a valorizzare le nostre produzioni, perderemo di competitività. Se non riusciamo a distinguere le produzioni fatte in Cina da quelle realizzare in italia, le nostre produzioni perderanno valore. Chiediamo un normativa che preveda un informazione trasparente al consumatore, affinchè sia messo nelle condizioni di scegliere consapevolmente il prodotto che acquista.  Il consumatore dovrebbe poter distinguere un prodotto è fatto integralmente nel nostro paese da un prodotto che, pur con un marchio importante, è fatto prevalentemente Cina o un altro paese. Spesso, infatti, il cliente è disposto a pagare un prezzo elevato se è sicuro che un vestito è stato realizzato da una produzione locale”.

Serracchiani scrive a Passera

Immediata la reazione dell’europarlamentare Serracchiani, che da tempo appoggia la battaglia delle imprese del Nord Est, suo bacino elettorale, per modificare e sbloccare le norme europee sul “made in” che stanno mettendo in ginocchio molti settori, soprattutto il distretto dell’occhiale, ma anche il tessile.
L’eurodeputata comunica di aver chiesto lumi al ministro per lo Sviluppo economico, Corrado Passera. “E’ necessario insistere ancora presso il governo nazionale e quindi ho scritto al ministro per lo Sviluppo economico, i cui uffici avevano seguito le discussioni al Parlamento europeo sul “made in Italy”.
L’esponente democratica ha aggiunto: “Dobbiamo tentare di contenere anche con questo strumento gli effetti devastanti che la crisi sta avendo su parti vitali del corpo produttivo della Nazione, e in particolare – conclude – sul Friuli Venezia Giulia”.

Nessuna risposta dal Ministro Moavero

Ancora nessun riscontro dal ministro per le Politiche europee Enzo Moavero all’interrogazione a risposta scritta presentata nel maggio 2012 dal deputato del Pd Ettore Rosato. Un’azione sostenuta dalla stessa Serracchiani, che sullo stesso tema aveva recentemente inviato una lettera al ministro.
Nell’interrogazione Rosato voleva sapere se e quando il governo avrebbe chiesto al Consiglio dei ministri dell’Unione europea l’approvazione del regolamento sul “Made in” e se l’esecutivo avrebbe cercato di modificare la proposta di regolamento in modo che possa coprire tutta la produzione europea e non si limiti solo ad alcuni prodotti.

Nord Est: un distretto a rischio tramonto

Dopo un 2010 di progressivo recupero e un 2011 in calo, nel primo semestre del 2012 è stato registrato un arretramento del dato sulla produzione industriale e sul fatturato delle imprese del Nord Est. E’ quanto emerge dall’indagine “La congiuntura nel Nord Est – Focus sul Friuli Venezia Giulia” promossa dalla Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia (Gruppo Intesa Sanpaolo) e realizzata dalla Fondazione Nord Est, che ha coinvolto mille imprenditori in Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.

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