Le occasioni perse del Made in Italy che non va online

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La strada è giusta e gli esempi lo dimostrano. Ma i dati parlano di una distanza enorme con l’Europa

L’ascesa (inconsapevole) del made in Italy nella rete

La cosa curiosa, semmai, è che le opportunità e le motivazioni per investire non mancherebbero. Per dire: inglesi, tedeschi e francesi su internet cercano spesso prodotti made in Italy. È noto il dato secondo cui il made in Italy, fosse un brand, sarebbe il terzo marchio più noto al mondo dopo Coca Cola e Visa. Così come del resto, nel primo semestre 2013 le ricerche su Google relative al Made in Italy e ai suoi settori chiave sono cresciute dell’8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con picchi significativi in Giappone (+29%), Russia (+13%) e India (+20%), che fanno registrare la crescita maggiore. Non stupisce, pertanto, che si sia registrato un incremento annuo del fatturato dell’1,2% delle imprese cosiddette “online” (che hanno il sito internet e fanno e-commerce), contro il -4,5% delle imprese offline (prive cioè anche di pagina web). O che il 34% delle imprese online abbia ha aumentato il personale, negli ultimi 5 anni, contro l’11% delle imprese offline. O ancora, che l’incidenza del fatturato estero delle imprese online (14,7%) superi di tre volte quello delle imprese offline (4,1%).

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